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LA GRANDE BELLEZZA: PAOLO SORRENTINO NON VALE NEANCHE LA F DI FEDERICO FELLINI!!!.







A CURA DELLA REDAZIONE DI TORINO.





“Tra ‘La dolce vita’ di Federico Fellini e ‘La grande bellezza” di Paolo Sorrentino c’è lo stesso rapporto che intercorre tra la carriera militare di Napoleone e quella di ‘Pierino’, al secolo Alvaro Vitali. ‘Funeraria’ è la città Roma, raccontata da Sorrentino, intrisa di personaggi squallidi ed improbabili, una pozzanghera morale, programmaticamente cinica, umanamente fetida. La Roma raccontata egregiamente da Fellini ne ‘La dolce vita’, è la capitale di un paese in pieno ‘boom’, una città che ha ospitato uno degli eventi piu’ memorabili del Dopoguerra come la XVII ‘Olimpiade. Fellini descrive Roma, come una delle capitali mondiali del cinema; la Roma di Fellini è vera, viva, è un vero e proprio riferimento del ‘gusto’. Con Fellini, i termini ‘dolce vita’ e ‘paparazzo’, entrano nel vocabolario del mondo e la ‘Fontana di Trevi’ irrompe nell’immaginario collettivo. Le immagini notturne di Roma, riportate ne ‘La grande bellezza’, sembrano uscire da un catalogo dell’assessorato del turismo; c’è, per di piu’, un eccesso di ‘cartoline romane’, di sicura presa all’estero. Le suore, le nane ed i cardinali mondani di Sorrentino sono un ‘fellinismo’ piuttosto inappropriato. Molte scelte stilistiche di Sorrentino suonano puramente decorative: dalla musica onnipresente, a certi ‘dolly’ usati fino alla nausea. La regia è poco sperimentale ed i carrelli e le panoramiche sono decisamente ‘paracule’. Tutti quei movimenti di macchina, quei piani sequenza mimetici e sinuosi, come le spire di un boa, quei primi piani intenti a stanare la mostruosità del quotidiano e l’ambiguità della bellezza, si rivelano altrettanti vicoli ciechi. Le immagini minimaliste ed allo stesso tempo eccessivamente colorate fanno a pugni con musiche che cozzano tra di loro su di un pentagramma cacofonico. Non c’è un disegno sonoro organico che catturi l’udito ed i dialoghi si perdono nel nulla. Sorrentino gira in cerchio, sfiancandosi, senza avanzare e tende al simbolico, allo schematico, al ripetitivo, talora al velleitario. Quello di Sorrentino non è un film su Roma, ma un viaggio dentro certe ossessioni dello stesso regista. Non c’è un personaggio de ‘La grande bellezza’ davvero riuscito. ‘Jep Gambardella’, interpretato dall’attore Tony Servillo, sarà pure al centro della mondanità, ma professionalmente è un ‘mezzo sfigato’ (ad un certo punto lo mandano in trasferta all’Isola del Giglio, per la ‘Concordia’ incidentata, capirai…), non ha nemmeno il successo effimero e prezzolato della tv, non è ricco di famiglia, come perciò possa permettersi un attico super terrazzato, con vista sul Colosseo è un mistero: segno che, nel caso di specie, la scenografia ha contato assai piu’ della sceneggiatura. Quello che manca davvero nella sceneggiatura, a firma di Umberto Contarello, e, dunque, ne ‘La grande bellezza’ è l’assoluta mancanza di trama, il raccontare una storia, la creazione di intrecci fra i personaggi. Colpisce anche la totale assenza di gente sotto i 40 anni, anche nei personaggi secondari. Inoltre Sorrentino vuole dimostrare una tesi banale e sentita tante di quelle volte da risultare ormai stantia: la decadenza della sinistra, la decadenza della borghesia italiana e la decadenza della città di Roma.

Insomma tra le spiegazioni possibili del perché “La grande bellezza” abbia vinto l’Oscar come ‘miglior film straniero’ è che gli americani, padroni di casa a Hollywood, ogni tanto si facciano beffa dell’arte altrui assegnando il loro premio a un film vacuo, inutile e stereotipato.

> E’ giusto anche sottolineare che “La grande bellezza” è stato prodotto da un importante rampollo della dinastia Letta, il cugino dell’ex-Premier. Si chiama Giampaolo Letta ed è uno dei quattro ‘baroni’ del cinema italiano; lui è il piu’ importante, non a caso è un altro dei nipotini Letta. Il compito principale di Giampaolo Letta consiste nell’impedire che in Italia esista e si manifesti il libero mercato multimediale, mantenendo un capillare controllo ‘partito dittatoriale’ sull’industria cinematografica. Giampaolo Letta è l’Amministratore Delegato della ‘Medusa Film’, il cui 100% di azioni appartiene a Mediaset. Il vero ‘Oscar’ (in Usa conta maggiormente il produttore, che è il vero padre del film) lo ha vinto Silvio Berlusconi, al quale va tutto il merito per aver condotto egregiamente in porto questo ‘business nostrano’. In teoria (ma soltanto in teoria) “La grande bellezza” è stato prodotto da Nicola Giusano e Francesca Cima (quota ‘Pd’ di stretta marca burocratica di ‘scuola veltroniana’), per conto della “Indigo Film”, i quali, però, senza Berlusconi, non sarebbero stati in grado neppure di pagarsi le spese dell’ufficio, dato che su 9.000.000,00 di euro di budget, il buon ‘Berluska’ ne ha messi ben sei milioni e mezzo. E’ stata buttata dentro anche la Lega Nord, che ha partecipato con la ‘Banca Popolare’ di Vicenza (500.000,00 euro, come favore amicale) e con la sponsorizzazione del ‘Biscottificio Verona’ (in tutto il film non si vede neppure una volta qualcuno mangiare uno dei suoi biscotti). Grazie alla malleverie politiche, attraverso fondazioni di partito, Nicola Giusano e Francesca Cima hanno ottenuto altri 2.000.000,00 di euro incrociati: il Pd se li è fatti dare grazie al solerte lavoro di relazioni europee attraverso il “Programma Media Europa” (650.000,00 euro), mentre Renata Polverini ha partecipato alla produzione dando ben 500.000,00 euro, per conto della Presidenza Regione Lazio, attraverso il “Fondo per il cinema ed audiovisivi per il rilancio delle attività cinematografiche dei giovani”. Dunque tirando le somme, secondo gli esaltatori di questo “prodotto Italia”, il film vincente aprirebbe la strada ad investimenti, stimolando i giovani autori e lanciando il nuovo cinema italiano; mentre invece, l’unico risultato che otterrà sarà quello di far capire a tutti, come severo ammonimento, che “o prendete la tessera di Forza Italia / Pd oppure non lavorate”, chiarendo a chiunque intenda investire anche solo 1 euro nel cinema che bisogna, però, passare attraverso la griglia dell’italianità partitica, il che metterà in fuga chi di cinema si occupa e attirerà invece squali di diversa natura, il cui unico obiettivo consiste nel fare affari lucrosi in Italia con Berlusconi ed il Pd”.









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Pubblicato su: 2014-04-09 (697 letture)

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